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Primo articolo del blog

Questo è l’estratto dell’articolo.

Dopo riflessioni protratte nel tempo, ho deciso di dar vita al presente blog.

Ho scelto di condividere, con chi lo vorrà, i miei pensieri politici, con l’intendimento di contribuire al formarsi di un nuovo modello di sviluppo: non certo ad un nuovo partito!

La politica (diversamente dall’attività di partito ) è la necessaria armonizzazione delle legittime  aspettative di ognuno in ambito sociale, economico e culturale.

La migliore definizione sintetica la dette, quasi un secolo fa, Luigi Sturzo: “La Politica è l’arte di fare il bene della gente”!

Ho avuto l’ardire di coniare un neologismo, Valoristi, per saltare le pastoie delle definizioni storicamente preconfezionate.

inizierò con il Manifesto dei Valoristi ed un appello; proseguirò, con il contributo di coloro che lo desidereranno, con una serie di brevi “articoli – dialogo”, che affronteranno i temi concreti che ci sono a cuore.

Vedremo  come ogni soluzione politica è possibile, se si hanno come principio base i Valori condivisi.

Spero che, nel tempo, diverremo numerosi intorno a tali valori, per dar vita ad un nuovo modello di Società.

Grazie, fin d’ora, a tutti coloro che vorranno dedicare pochi minuti della propria  giornata alla partecipazione a questa pagina, nell’intento di far del bene a se stessi e agli altri.

 

articolo

SOCIETÀ CIVILE E ASSOCIAZIONI CRIMINALI

Oggi il tema della riflessione è il rapporto tra la Società civile e le associazioni criminali.
È un rapporto molto complesso, articolato e delicato. Oggi lo introduciamo descrivendo il filo rosso
che annoda tutti gli aspetti di tale rapporto e nei prossimi articoli vedremo i vari sviluppi in molti
ambiti criminosi: droga, omicidi, terrorismo, violenza e tanti altri.
In comune tutte queste espressioni della criminalità hanno la necessità di vedere la Società,
nell’attività di contrasto, impegnata ad elaborare le due fasi fondamentali: quella di prevenzione e
quella di repressione. Questo è il punto dove si viene a produrre il ripetuto fallimento della Società
civile nei confronti della criminalità; la fase di prevenzione, che richiede comprensione profonda
delle cause e responsabilità da assumere, viene saltata e tutto si affida alla sola repressione. Una
inaccettabile dimostrazione di viltà culturale, sociale e politica! Un esempio, che sarà oggetto del
prossimo articolo, è il caso Brumotti. Il coraggioso giornalista sta mettendo a rischio continuo la
sua incolumità, per una battaglia civile importantissima nei confronti del contrasto allo spaccio
della droga. Vedremo, nell’articolo di sabato prossimo, come l’operato di Brumotti, nel richiamare
un’azione di intervento delle forze dell’ordine e di risveglio della coscienza civile, non potrà mai
ottenere un risultato concreto, se non è accompagnata dalla cosciente volontà di prevenzione.
Ancora una volta la nostra Società dimostra di voler seguire, non assumendosi là responsabilità di
prevenire il crimine, uno strano modello di sviluppo: quello dell’opportunismo!
Concludendo con un pensiero ironico, per alleggerire la drammaticità reale dei contenuti, potrei
considerare più corretto sostituire, in quanto fin qui scritto, le parole “Società civile” con “Società
incivile”!
Oliviero Bianchi

Partiti e ideologie

Oggi affrontiamo il rapporto tra due concetti di grande rilievo nello sviluppo della nostra Società; parliamo  di ideologie e partiti.

Le ideologie hanno una storia plurisecolare e le prime forme definite le troviamo già dal XVI secolo; poi, con la Rivoluzione Francese, la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione americana, si vanno configurando le moderne ideologie.

All’inizio del secolo scorso nacquero gli strumenti operativi delle ideologie e presero vita i partiti.

Questi erano la capacità concreta di rendere capillare la presenza nelle Società, che cercavano un modo per consentire ai cittadini di partecipare allo sviluppo del proprio Paese.

Va detto, senza mezzi termini, che tutti i partiti svolsero egregiamente questa funzione e contribuirono in maniera importante alla partecipazione consapevole dei cittadini alla vita politica: in ambito sociale, economico e culturale.

Poi è accaduto l’inevitabile, perché le ideologie e i partiti non vollero comprendere che tutti gli strumenti devono essere sostituiti per usura sopraggiunta.

Alla fine del Novecento, quegli strumenti che erano stati splendide medicine per curare il corpo sociale, hanno subito il destino di tutti i medicinali: sovradosaggio, assuefazione e, soprattutto, scadenza sopraggiunta; e quando una medicina scade non è più curativa, ma diviene tossica!

I partiti hanno mancato il dovere di traghettare la Società verso nuove forme di sviluppo, attraverso nuovi strumenti.

Hanno preferito fagocitare le istituzioni, negando grandi spazi di libertà ai cittadini.

Per completare il percorso involutivo, hanno ricreato nuove forme di ideologie che si sono rivelate scimmiottamenti delle originarie: stiamo parlando di “centro-destra” e “centro-sinistra.

Concetti che sono una contraddizione in termini lessicali, logici e scientifici.

Privi di senso politico, ma capaci, similmente ad una rete da pescatori, di rastrellare voti.

Il nostro pensiero ritengo sia chiaro, a questo punto; aggiungo solo che spesso si sentono giustificare le “baruffe chiozzotte” ( Goldoni perdoni il nostro irriverente riferimento) tra partiti con la frase “sono competizioni virtuose”: è ora di chiamare le cose con il loro nome, quelle sono competizioni virtuali!

Oliviero Bianchi

 

 

Pensiero quantitativo

Nel precedente articolo abbiamo parlato del primo dei tre ostacoli che impediscono, in questa Società, di passare dalla condizione di sudditi a quella di cittadini e che abbiamo definita “cultura apodittica”.

Oggi prendiamo in esame il secondo dei tre ostacoli, il pensiero quantitativo.

Iniziamo a dare contenuto a questa definizione.

Si è consolidata l’abitudine di condividere pensieri, senza averli prima prodotti.

Non si hanno più artigiani del pensiero, ma industrie del preconfezionato!

Questo ha creato una situazione paradossale; la condivisione del proprio pensiero significa avere confrontato la propria opinione con quella degli altri, aver costruito assieme un pensiero condiviso.

Fin qua sarebbe tutto positivo, ma non vengono confrontati per arrivare ad una  progressiva opinione pubblica informata, ma si cercano alleati per contrapporre e sopraffare le opinioni diverse dal nostro gruppo.

Spesso si finge di aver ponderato personalmente i pensieri, le valutazioni delle circostanze; spesso è un adesione passiva che permette di restare all’interno di un gruppo (partito, aggregazione ideologica, gruppo di protesta ecc, ecc…), con il vantaggio di sentirsi sollevati dalle responsabilità delle riflessioni personali: anzitutto con sé stessi.

Oggi questo vizio ha raggiunto livelli intollerabili per un sano sviluppo della Società, tuttavia è bene ricordare che tale negativa tendenza è sempre stata presente nei secoli della storia umana.

Ricordiamo un pensiero di Seneca (circa duemila anni fa!) : “dipendiamo totalmente dal giudizio altrui e ci appare la cosa migliore quella che molti elogiano, non quella che è giusto elogiare”.

Questa frase conferma l’antica presenza di tale vizio nella storia dell’umanità, ma ora ha raggiunto livelli intollerabili per la capacità dei mezzi di comunicazione che facilitano, assecondano tale tendenza: moltiplicandone gli effetti negativi.

La prossima settimana parleremo del terzo ostacolo che impedisce di accedere allo stato di cittadini, parliamo della delega del pensiero.

 A presto.

Oliviero Bianchi

Convinzioni e certezze

Tre sono gli ostacoli che, nella Società contemporanea, si frappongono al passaggio dalla condizione di sudditi a quella di cittadini.

Ci riferiamo alla “Cultura apodittica”, “Pensiero quantitativo” e “Delega del pensiero politico”.

Seguiremo, nello sviluppo di questa riflessione, la tempistica utilizzata per i video pubblicati sui siti social; quindi ripartiremo i tre ostacoli in tre articoli successivi, a partire da oggi.

Iniziamo dalla Cultura apodittica, che consiste nel sostituire le convinzioni con le certezze.

Approfondiamo, pur se sinteticamente.

Le certezze sono quelle idee, che noi  riteniamo indiscutibilmente esatte.

Tale atteggiamento dovrebbe riguardare solo la sfera dei Valori universali condivisi, che sono una guida perenne ai nostri pensieri e alle nostre azioni; tali Valori sono immutabili nella sostanza e variabili nelle forme di espressione, lungo il percorso della storia dell’Umanità.

Le convinzioni, invece, sono il frutto delle nostre opinioni, opinioni che si concretano nel confronto costante con quelle altrui e guidano le azioni nel solco della coerenza tra pensiero e azione.

Le opinioni si modificano nel tempo, alla luce di nuovi confronti e nuove conquiste nelle conoscenze dell’umanità; di questa perenne evoluzione di conoscenze e pensiero, si nutre lo sviluppo della Storia.

Tutto si basa sull’intelligenza degli umani, per questo si afferma”solo gli idioti non cambiano mai opinione”!

Quando le certezze divorano le convinzioni, abbiamo una cultura apodittica, dove i singoli o i gruppi si sentono padroni della Verità: e tutti sappiamo che  la Verità non ha padroni, appartiene a tutti!

Questa rigidità monolitica è la prima condizione per restare  sudditi.

Il prossimo articolo affronterà una sintetica riflessione sul secondo ostacolo citato in apertura, il “Pensiero quantitativo”.

 

Oliviero Bianchi

Rappresentanti politici

Rappresentanti politici

 

Rappresentanti politici, vuol dire tutto e niente..

Cerchiamo di dare corpo a tale definizione.

Costoro sono i rappresentanti dei partiti, delle ideologie e delle liste civiche; queste ultime sono un travestimento dei partiti per vincere l’avversione degli elettori, là dove la misura dell’avversione si concretizza con astensioni al voto.

In definitiva i “rappresentanti politici” sono i raccoglitori di voti, nelle tornate elettorali politiche o amministrative; anche se si fa sempre più fatica a distinguere queste da quelle: entrambe sono “pretesti” per rimisurare il diritto alla percentuale della gestione del potere.

Di conseguenza, sono gli intercettatori delle proteste cittadine da trasformare in slogan, non in proposte politiche.

Infine sono i rappresentanti degli interessi di parte, ancorché legittimi.

Tali interessi fanno riferimento alle varie categorie economiche, sociali, culturali che hanno la capacità di aggregarsi per esercitare  pressioni sulle istituzioni politiche, per ottenere dei vantaggi.

Tutti comportamenti legittimi, ma che rappresentano interessi di parte, estranei al Bene Comune.

Appare evidente che i rappresentanti politici non hanno la rappresentanza di progetti credibili con piani di fattibilità, vincolanti, in grado di fornire risposte alle necessità dei cittadini.

Determinante risulta il confronto in parallelo con gli imprenditori che necessitano di risorse per i loro piani  economici; devono presentare, alle istituzioni preposte,  un piano di fattibilità con investimenti previsti e ricavi per ottenere la fiducia nel loro progetto.

Se nella realizzazione, monitorata costantemente, non si ottengono i benefici ai costi previsti, e nei tempi indicati, vengono sospesi i finanziamenti e ha termine ogni attività in cantiere.

Anche i progetti politici dovrebbero avere le stesse caratteristiche di procedura per l’ottenimento della fiducia dei cittadini e in caso di inadempienza, nel realizzare il progetto politico, si torna a casa.

Altri grandi assenti in queste rappresentanze politiche, sono i Valori guida di questo popolo.

Purtroppo sorge istintiva una domanda: esistono ancora valori guida e, soprattutto, esiste ancora un popolo che li possa condividere?

 

Oliviero Bianchi

 

Apparire Avere Essere

Oggi una sintetica riflessione su tre verbi determinanti per lo sviluppo della Società.

Tre azioni in grado di indicare il grado di civiltà di una collettività.

Intendiamo parlare di Apparire, Avere ed Essere.

Vediamo il perché di tale nostra apertura.

Apparire è il grande bisogno che accompagna la storia dell’umanità, è il desiderio che ha convinto gli umani a indossare delle maschere.

“Non è piacevole né rilassante la vita di chi indossa perennemente maschere”, dice Seneca; questo tema è stato sviluppato nel corso dei secoli da filosofi, scrittori, poeti e gente comune.

Ognuna di queste categorie ha un punto in comune con le altre: tutti le hanno indossate, e continuiamo a farlo anche ai giorni nostri. Cambia, tra le varie persone, il grado di intensità e la frequenza di questo utilizzo. Ma prima o poi tutti sentiamo il bisogno di essere come gli altri vorrebbero che fossimo e come lo vorremmo noi stessi.

Il condizionamento arriva da famigliari, amici, conoscenti: in pratica da tutte le persone con le quali abbiamo a che fare quotidianamente. Chi talvolta, chi spesso, chi raramente siamo dei fantasmi tra i fantasmi!

Veniamo al verbo Avere. Premesso che non vi è nulla di male nel possesso legittimo delle cose, o nel desiderio di possederle;  vi è da dire che il problema nasce dall’uso ingiusto e dal valore che diamo alle cose, in rapporto alla nostra vita. Anche questo è un aspetto che accompagna la storia dell’umanità: ricorriamo sempre a Seneca che diceva “tutti vogliamo sapere se un uomo è ricco, non se è onesto”. Abbiamo trasferito il valore di una persona su una perizia estimativa! Questo, a ben riflettere è un cancro sociale che corrode l’anima.

Infine il terzo verbo, Essere. Potremmo sintetizzare dicendo che rappresenta l’antidoto per i due precedenti veleni, l’Apparire e l’Avere. Essere è la capacità di trovare la nostra essenza senza infingimenti con noi stessi e con gli altri: uno degli scopi fondamentali della vita.

Concluderei con William Shakespeare, con un suo pensiero dell’Amleto universalmente conosciuto:

Essere o non essere, questo è il dilemma. Mi permetto un irrispettoso ritocco: Essere e non Essere, questo è il problema!

 

Oliviero Bianchi

Pessimisti e rassegnati

 

Oggi esaminiamo brevemente un’altra confusione lessicale e concettuale, che provoca gravi ritardi allo sviluppo della nostra Società.

Stiamo parlando dei termini “pessimista” e “rassegnato”, usati come fossero dei sinonimi e spesso viene fatto in malafede.

Vediamoli singolarmente presi.

Il pessimista è il contrario di ottimista, come tutti sappiamo, e i due contrari  si differenziano per la valutazione sull’esito positivo o negativo dell’azione che intendono compiere, in relazione a sé stessi e alla collettività.

E in questa definizione sta l’elemento essenziale: entrambi, il pessimista e l’ottimista, decideranno se intraprendere l’azione o meno in funzione dell’importanza sociale, politica, culturale ed economica che riveste tale azione.

Talvolta condurranno una battaglia, anche se esiste la possibilità di perderla, perché la riterranno imprescindibile per il rispetto dei Valori condivisi o per il raggiungimento futuro del Bene Comune!

Se riflettiamo sulla storia dell’umanità, comprendiamo che sono queste due categorie di persone che hanno tracciato la Storia.

I rassegnati, invece, sono coloro che non compiranno nessuna azione  se non possono conseguire un  tornaconto;  di natura personale, famigliare o professionale.

La conseguenza evidente è che la guida della loro esistenza è il tornaconto.

E fin qui siamo in ambito legittimo, seppur non giusto.

Il vero problema è che ammantano questa loro rassegnazione agli eventi da altri decisi, con una presunta intelligenza che gli consentirebbe di comprendere quando il risultato non è positivo.

Abbiamo poc’anzi visto che  il pessimista non si sottrae dal fare quel che ritiene giusto, mentre i rassegnati compiono solo quel che è opportuno.

Aggiungo che questa loro visione “nobile” di rassegnati la trasmettono ai loro figli e alle nuove generazioni: questo è il grave danno che arrecano alla Società.

La Storia dell’umanità non è stata mai scritta dai rassegnati, che si sono sempre limitati a trarre profitto mentre assistono passivamente agli eventi.

Potremmo sintetizzare scrivendo che i Valori permettono di vivere, mentre l’opportunismo consente di sopravvivere in maniera innaturale!

 

Oliviero Bianchi

Persona

Desidero proporvi una riflessione su una parola, che racchiude un concetto capace di operare un cambiamento epocale nello sviluppo della Società.

Mi riferisco al vocabolo “persona”.

La persona è la sintesi sublime tra corpo e spirito ed è detentrice, fin dalla nascita, di libertà e dignità; in maniera individuale e inviolabile!

Questo concetto, espresso in poco più di una riga, è in grado di cambiare in meglio la nostra Società; supererebbe, se profondamente assimilato nella nostra cultura, in un solo balzo ogni forma di razzismo.

Molte Costituzioni dei Paesi liberi sottolineano che nessuno può essere discriminato a causa della sua razza, del suo sesso, della sua religione e via dicendo.

Questo è un concetto sano, ma perpetua l’esistenza di fattori che non debbono essere considerati motivi di discriminazione: per taluni è un subliminale modo per “concedere” una parità di diritto, dove è una superiorità di fatto!

Proviamo a far nostro il concetto che “ogni persona nasce detentrice di libertà e dignità, sacre e inviolabili”: avremmo superato tutte le forme di razzismo, discriminazione e pregiudizio.

Ogni essere umano sarebbe apprezzato o deprecato per le sue virtù o per i suoi difetti individuali, a prescindere da condizioni di nascita, scelte religiose o riferimenti anagrafici.

Ad una lettura distratta potrebbe sfuggire la profonda differenza dei due concetti,  che non si compone di alternative espressive, bensì di diversi modi di concepire gli esseri umani.

Propongo di effettuare una prova concreta:  applichiamo  il concetto di “persona” in ogni aspetto della nostra collettività e troveremo che i problemi, da cui è afflitta, sono più comprensibili e più evidenti risultano le possibili soluzioni!

Perché si perpetua questo modo  di vedere le varie forme di razzismo e antirazzismo?

Perché questa “cavillosità” di categorie permette di formare delle “armate ideologiche” capaci di contrapporsi e di contendersi appartenenze politiche e voti; senza dire che la comprensibilità dei problemi costringerebbe i partiti ad abbandonare gli slogan ed elaborare progetti reali.

Concludendo: le “armate ideologiche”, appena citate, hanno ora grande capacità elettorale e non intendono sostituirla con la capacità di pensiero!

 

Voti e consensi

Oggi affrontiamo uno spinoso tema, che nasce da un luogo comune spesso citato: quello che porta ad affermare che le elezioni politiche siano una grande espressione di democrazia.

Questa affermazione rispondeva al vero fino a circa cinquanta anni fa, poi è iniziato un degrado inarrestabile ed oggi hanno aspetti parodistici della democrazia.

Lo abbiamo visto più volte come il voto, strumento elettorale, sia divenuto incapace di rappresentare la sovranità popolare e non faciliti l’ottenimento del Bene Comune.

Oggi è divenuto la certificazione dei rapporti numerici tra partiti per determinare la suddivisione di un potere volto, soprattutto, ad alimentare sé stesso: in vista delle successive elezioni e così di seguito, senza soluzione di continuità!

Il voto degli elettori sceglie la migliore promessa, che mai verrà mantenuta, per risolvere le esigenze concrete dei cittadini.

Mai nessuno renderà conto, ad elezioni avvenute, di queste promesse; i partiti avranno, come consuetudine, intercettato le speranze legittime e le trasformeranno in pie illusioni.

Di più: organizzeranno in gruppi, fra loro contrapposti, le illusioni cittadine e ne faranno  la base per nuove mirabolanti promesse elettorali.

Dobbiamo porre fine a questa follia di chiamare programmi di partito, tali inattendibili dichiarazioni di intenti.

Si deve passare dai voti a queste promesse, ai consensi dati a impegni programmatici.

Questi occorre che siano, non ci stancheremo mai di ripeterlo, vincolanti e con chiare indicazioni di tempi per la realizzazione, con costi e benefici per la collettività.

Tutto questo, come più volte sottolineato, va fatto separatamente per l’elezione diretta del governo e delle camere.

Riassumendo con una sola frase: il voto persegue il bene dei partiti, il consenso persegue il Bene Comune!

Oliviero Bianchi